
Mentre cominciavamo a discutere d’improbabili argomenti, ci trovammo dinanzi al carcere di Buoncammino, il luogo trasformatosi per lungo tempo nella mia calda dimora. Il penitenziario sorge su uno dei colli che dominano la città, da cui si può usufruire di un panorama eccellente. Sulla sinistra c’è l’antico anfiteatro romano, monito imperturbabile di un tempo ormai perduto. Dinanzi s’estende gran parte della mia bella città, dal porto per arrivare sino alla Laguna di Santa Gilla, in cui di tanto in tanto è riportato agli onori della cronaca il corpo di qualche “ultimo” caduto definitivamente in disgrazia. In lontananza si può ammirare la poderosa catena montuosa dei Sette Fratelli i cui contorni, nelle mattine particolarmente limpide, assumono un’apparenza spettrale, a tinte sbiadite, da quadro di Monet. Su in cima, nel colle circondato da alberi ed edifici storici, troneggia la struttura dell'emblematica “galera”, che mostra le sembianze d’un grazioso palazzotto ottocentesco, con le sue forme tonde ed aggrazziate. Pochi elementi causano il dispiacere dei suoi “ospiti”: celle di ridotte dimensioni, mancanza d'aria, promiscuità, abuti e violenze di vario genere. In questo carcere è presente un elevato tasso di suicidi, traboccano i ladruncoli di quartiere, i malati di AIDS, i sieropositivi, i tossicodipendenti, gli immigrati d’ogni nazione e colore, malati psichici, virali e cutanei. Insomma, in questo bel posticino noi ultimi della terra abbiamo scelto un ideale luogo di villeggiatura coatta!
Ai tempi dell'Università non conoscevo queste situazioni, ma durante quella limpida mattina d'Ottobre ebbi l’occasione d’ascoltare un dialogo speciale, che accese una lampadina nel buio della mia mente ottenebrata. Sentii una voce che giungeva dalla grande roccia sulla destra del penitenziario... Una donna, che teneva a fatica le stragonfie buste della spesa, pareva la musa ispiratrice del più disgraziato dei bardi.
“Antò, Antò!” Urlava con la stesso entusiasmo di un ebreo che vedeva la terra promessa.
“Antò, Antoniccu, sono mamma, fatti vedere figlio mio..."
“Antò, Antò!” Urlava con la stesso entusiasmo di un ebreo che vedeva la terra promessa.
“Antò, Antoniccu, sono mamma, fatti vedere figlio mio..."
"Signora, e che cos'è, sa mamma de Tony Cappai?
"Eia, che me lo chiami Antonio per favore..."
"Si signori, mò già glielo chiamo..."
Per qualche minuto resse il silenzio, mentre io, Valeria e Maurizio attendevamo che il ragazzo decidesse di farsi vivo. Quegli eventi ci stavano sorprendendo, ci sentivamo come dei bambini dinanzi ad una sarabanda di dolci e caramelle.
"Eia, che me lo chiami Antonio per favore..."
"Si signori, mò già glielo chiamo..."
Per qualche minuto resse il silenzio, mentre io, Valeria e Maurizio attendevamo che il ragazzo decidesse di farsi vivo. Quegli eventi ci stavano sorprendendo, ci sentivamo come dei bambini dinanzi ad una sarabanda di dolci e caramelle.
"Oh,, ma, mì che sono io"
La donna si mosse per la prima volta, come una statua che prendeva vita al museo delle cere.
"Figlio mio bello... Come stai?"
"Eh mà, tottu beni, e la schiena di babbo ancora dritta?"
“Si, già gli è passato, ti salutano tanto lui, Rosa e Zia Assunta. Ascolta un po' bello...”
"Cosa è successo?"
"Cosa è successo?"
“No, o Antò, che già non è successo niente. Però ti devo dire che babbo deve vendere il terreno di Zio Amerigo, e ti voleva chiedere s’eri sempre dello stesso parere…”
“Certo che lo sono, già lo sapete che non cambio mai idea, io. Digli a babbo di venderlo, e di non pensarci più, e a Zio Amerigo comprategli una bella lapide, con una foto poco poco più bella, che in quella che gli avete messo paridi unu maccu limpiu, zia tua…”
“Va bene o Antò, mettiti il maglione, guarda che ripasso domani, ciao bello di mamma.”
“Ciao o mà, e saludamì a tottusu…”
Noi ovviamente non perdemmo una sola frase di quell'originale dialogo. Allora non potevo immaginare che, un giorno non lontano, avrei conosciuto personalmente il fantomatico Tony. In carcere s’incontrano dei grandiosi farabutti sconvolti da ogni sorta di devianza, talvolta senza moralità, persa nelle mille vicissitudini quotidiane, oppure apertamente nello stesso carcere. Tony, invece, non era affatto un mascalzone, ed era riuscito a conservare un certo grado di decoro personale, ardua impresa in luoghi come questo, in cui vergogne e bestialità s’accavallano a ritmi frenetici…
Ricordo come se fosse ieri (era ieri?) il giorno in cui lo conobbi. Durante un tranquillo pomeriggio primaverile, in cui il vento portava con sé gradevoli fragranze figlie del mare, un turco assetato di vendetta aveva tentato d’accoltellarmi durante una partita di “luna monta”. Tony l’aveva immediatamente immobilizzato, e gli aveva assestato un calcio così potente da mozzargli il fiato.
“Vinto io, vinto io, ti faccio buco di culo!” Ansimava il baffuto aprendo le braccia per simulare un enorme cerchio.
“Tornatene sul Bosforo, turco della malora!” Gli rispondevo mentre lo portavano via, ben protetto dalle ampie spalle del mio salvatore.
“Eh, ragazzo, datti una calmata, altrimenti il culo te lo faccio io…” Mi disse Tony, che teneva un pacchetto di sigarette come se in mano avesse una bomba mototov pronta per essere scagliata verso il muro di cinta.
Detto questa breve ma essenziale frase, Tony mi mostrò il suo sorriso sdentato da killer venezuelano, tendendomi nel frattempo la sua grandiosa mano. Si trattava di un “maurro” alto un metro e novanta, per cento chili di muscoli sapientemente distribuiti su un fisico eccezionale. Prima d’essere imprigionato il suo mestiere era quello del meccanico, una leggenda nel suo settore, poiché sapeva procurare qualsiasi pezzo d’ogni sacrosanta vettura. Era come uno di quei meccanici cubani, che sanno riparare quelle auto americane che puoi vedere soltanto su Happy Days, guidate da Fonzie, Pozzi, o magari dalla maledetta sottiletta Jhonny… Sulla sua reclusione circolavano versioni contradditorie ed inverosimili, ma un giorno scoprì che era stato arrestato per una banale “aggressione a pubblico ufficiale”.
“Mi voleva sequestrare la macchina quel bastardo, ma gli è passata, eeeh! Se gli è passata…” Mi disse tranquillamente un pomeriggio, come se mi stesse dicendo che era andato a comperare un ribinetto per il lavandino della sua casa.
“Mamma mia”, gli risposi, “a volte esagerano proprio. Una volta m’hanno sequestrato la Marbella perché non aveva la revisione. Accidenti, per poco mio padre non m’ammazzava… Tu che macchina avevi?”
“Una Porche!”
“Come mai la volevano sequestrare?”
“La stavo smontando… Ma non era la mia, oh, mica sono scemo!”
“Caspita...” Commentai, cercando di nascondere il mio sconcerto.
“Certo che lo sono, già lo sapete che non cambio mai idea, io. Digli a babbo di venderlo, e di non pensarci più, e a Zio Amerigo comprategli una bella lapide, con una foto poco poco più bella, che in quella che gli avete messo paridi unu maccu limpiu, zia tua…”
“Va bene o Antò, mettiti il maglione, guarda che ripasso domani, ciao bello di mamma.”
“Ciao o mà, e saludamì a tottusu…”
Noi ovviamente non perdemmo una sola frase di quell'originale dialogo. Allora non potevo immaginare che, un giorno non lontano, avrei conosciuto personalmente il fantomatico Tony. In carcere s’incontrano dei grandiosi farabutti sconvolti da ogni sorta di devianza, talvolta senza moralità, persa nelle mille vicissitudini quotidiane, oppure apertamente nello stesso carcere. Tony, invece, non era affatto un mascalzone, ed era riuscito a conservare un certo grado di decoro personale, ardua impresa in luoghi come questo, in cui vergogne e bestialità s’accavallano a ritmi frenetici…
Ricordo come se fosse ieri (era ieri?) il giorno in cui lo conobbi. Durante un tranquillo pomeriggio primaverile, in cui il vento portava con sé gradevoli fragranze figlie del mare, un turco assetato di vendetta aveva tentato d’accoltellarmi durante una partita di “luna monta”. Tony l’aveva immediatamente immobilizzato, e gli aveva assestato un calcio così potente da mozzargli il fiato.
“Vinto io, vinto io, ti faccio buco di culo!” Ansimava il baffuto aprendo le braccia per simulare un enorme cerchio.
“Tornatene sul Bosforo, turco della malora!” Gli rispondevo mentre lo portavano via, ben protetto dalle ampie spalle del mio salvatore.
“Eh, ragazzo, datti una calmata, altrimenti il culo te lo faccio io…” Mi disse Tony, che teneva un pacchetto di sigarette come se in mano avesse una bomba mototov pronta per essere scagliata verso il muro di cinta.
Detto questa breve ma essenziale frase, Tony mi mostrò il suo sorriso sdentato da killer venezuelano, tendendomi nel frattempo la sua grandiosa mano. Si trattava di un “maurro” alto un metro e novanta, per cento chili di muscoli sapientemente distribuiti su un fisico eccezionale. Prima d’essere imprigionato il suo mestiere era quello del meccanico, una leggenda nel suo settore, poiché sapeva procurare qualsiasi pezzo d’ogni sacrosanta vettura. Era come uno di quei meccanici cubani, che sanno riparare quelle auto americane che puoi vedere soltanto su Happy Days, guidate da Fonzie, Pozzi, o magari dalla maledetta sottiletta Jhonny… Sulla sua reclusione circolavano versioni contradditorie ed inverosimili, ma un giorno scoprì che era stato arrestato per una banale “aggressione a pubblico ufficiale”.
“Mi voleva sequestrare la macchina quel bastardo, ma gli è passata, eeeh! Se gli è passata…” Mi disse tranquillamente un pomeriggio, come se mi stesse dicendo che era andato a comperare un ribinetto per il lavandino della sua casa.
“Mamma mia”, gli risposi, “a volte esagerano proprio. Una volta m’hanno sequestrato la Marbella perché non aveva la revisione. Accidenti, per poco mio padre non m’ammazzava… Tu che macchina avevi?”
“Una Porche!”
“Come mai la volevano sequestrare?”
“La stavo smontando… Ma non era la mia, oh, mica sono scemo!”
“Caspita...” Commentai, cercando di nascondere il mio sconcerto.
Tony era un eroinomane dell’ultima generazione, nelle sue vene scorrevano fluidi ignoti e pericolosissimi, miscele assolute, droghe che soltanto selezionati professionisti erano capaci di preparare. La sua fedina penale era lunga come la strada per la salvezza, ma nonostante ciò si comportava come un gran signore, diceva “grazie”, “prego”, difendeva sempre i più deboli non solo dalle ordinarie angherie degli altri carcerati, ma addirittura dalle brutalità dei secondini più perfidi. Insomma, era una sorta di Fidel Castro del carcere, ma non faceva distinzioni di classe ed ignorava qualsiasi variante del marxismo: pestava tanto i poveri quanto i ricchi, i potenti come gli ultimi della terra. Tuttavia picchiava i potenti con un sorriso, e questo elemento era sufficiente per renderlo simpatico ai più. Tutti avrebbero confidato nel suo valore ma Tony, pur essendo un grande uomo nel senso primario del termine, era pur sempre un uomo…
Una mattina m’apprestavo a pulire il pavimento della nostra cella. La notte precedente Davide s’era dato da fare, aveva mangiato come un ossesso e vomitato tutto con rabbia, alzando le braccia verso la luna piena che s’intravedeva dalle grate della cella. Saranno state le tre del mattino, al massimo le quattro. Alcuni inservienti lo trascinarono in infermeria, se così la si poteva chiamare, perchè aveva vomitato anche del sangue. Alcuni schizzi m’erano piombati sul viso, e mentre raschiavo la tazza del cesso mi domandavo se il caro compagno di cella fosse o meno sieropositivo. M’aveva raccontato diversi episodi con le nigeriane di Viale Elmas, e per giunta era in perfetta sintonia con Ratzinger sulla questione del preservativo. D’accordo, gli indizi non erano rassicuranti, ma decisi di non pensarci. I problemi d’ogni giorno erano sufficienti, non potevo dare retta all’ipocondria… Nel frattempo alcune incrostazioni resistevano ostinate ma, inopportuno come Sandro Bondi, il secondino di turno cominciò a sbattere il manganello sulle inferriate della cella.
SDENG! SDENG! SDENG!
“Cazzone, Tony Cappai era tuo amico, non è vero?” Domandò col suo accento siciliano.
“Si, certo, cosa vuoi da lui?”
“Cosa voglio io? Il tuo caro amico sta regolando il conto col Grande Capo, eh eh.
Una mattina m’apprestavo a pulire il pavimento della nostra cella. La notte precedente Davide s’era dato da fare, aveva mangiato come un ossesso e vomitato tutto con rabbia, alzando le braccia verso la luna piena che s’intravedeva dalle grate della cella. Saranno state le tre del mattino, al massimo le quattro. Alcuni inservienti lo trascinarono in infermeria, se così la si poteva chiamare, perchè aveva vomitato anche del sangue. Alcuni schizzi m’erano piombati sul viso, e mentre raschiavo la tazza del cesso mi domandavo se il caro compagno di cella fosse o meno sieropositivo. M’aveva raccontato diversi episodi con le nigeriane di Viale Elmas, e per giunta era in perfetta sintonia con Ratzinger sulla questione del preservativo. D’accordo, gli indizi non erano rassicuranti, ma decisi di non pensarci. I problemi d’ogni giorno erano sufficienti, non potevo dare retta all’ipocondria… Nel frattempo alcune incrostazioni resistevano ostinate ma, inopportuno come Sandro Bondi, il secondino di turno cominciò a sbattere il manganello sulle inferriate della cella.
SDENG! SDENG! SDENG!
“Cazzone, Tony Cappai era tuo amico, non è vero?” Domandò col suo accento siciliano.
“Si, certo, cosa vuoi da lui?”
“Cosa voglio io? Il tuo caro amico sta regolando il conto col Grande Capo, eh eh.
Lo guardai come se stessi guardando un alieno in vacanza studio sulla terra.
"All’Inferno non gli daranno la riduzione di pena, lì gli avvocati non arrivano, bastardo!”
“Com’è successo… Quando?” Chiesi icredulo mentre mi rialzavo.
“Stanotte, una bella overdose… Avrebbe steso un cavallo, minchia... Ben gli sta!”
“Maledetto”, gli dissi, “vai a farti un clistere! Ne hai bisogno, si vede da come cammini…”
“Wè, wè, stai attendo a come parli, scagnozzo… Non c’è più il tuo amico a difenderti, ricordatelo per tutto il tempo che starai qua dentro…”
“Com’è successo… Quando?” Chiesi icredulo mentre mi rialzavo.
“Stanotte, una bella overdose… Avrebbe steso un cavallo, minchia... Ben gli sta!”
“Maledetto”, gli dissi, “vai a farti un clistere! Ne hai bisogno, si vede da come cammini…”
“Wè, wè, stai attendo a come parli, scagnozzo… Non c’è più il tuo amico a difenderti, ricordatelo per tutto il tempo che starai qua dentro…”
Detto questo il subdolo se ne andò a sbrigare qualche altro truculento affare.
Gettai lo spazzolone nel cesso, mi sedetti sul letto macchiato di sangue e mi passai la mano sul viso. La mia mente andò a quel ricordo lontano, quando la madre lo chiamava e lui rispondeva dalle grate, sepolto dalle mura. Tony, accidenti a te! Eppure era un esperto d’eroina, com’era potuto accadere… Una serie d’immagini inquietanti transitarono nell’anticamera della mia coscienza. Pensai ai secondini, ai turchi, a quel dannato panettiere di Bonorva che voleva farlo a pezzi, a quel sunnita che aveva giurato, in nome dello stesso Maometto, d’ammazzarlo. No, non potevo saperlo, soltanto lui possedeva la chiave di volta, e l’aveva portata con sé nel Paradiso dei pazzi. Pensai così al carcere, alle lezioni di diritto penale, all’istituto della pena, al principio di rieducazione, alle teorie retribuzioniste, utilitaristiche, alla Costituzione… Poi pensai agli ultimi della terra rinchiusi nelle carceri, agli immigrati, ai transessuali, alle prostitute, ai ladruncoli di quartiere, e poi a tutti coloro che decidono di suicidarsi, a quelli che muoiono di AIDS, a quelli che vengono accoltellati, strozzati, violentati, quelli che nessuno va mai a trovare, quelli che attendono il trascorrere dei giorni con placida rassegnazione… Poi pensai, e ripensai, e ripensai ancora, e poi, e poi… E poi giunse Davide.
“Cosa ci fai in mezzo a questo casino?” Mi chiese con l'espressione di un fantasma.
“Tony Cappai è morto d'overdose, stanotte.”
“Ah, poveraccio! Era una brava persona… Vieni, dammi una mano.”
Davide, col camicie ancora macchiato di sangue, afferrò il lenzuolo bianco che gli avevo appena sistemato sulla branda. Mi chiese d’aiutarlo per avvicinarsi alla grata, dunque fece un nodo al lenzuolo per farlo scivolare all’esterno della cella. Trascinò la branda vicino al muro, poi ci salì sopra quasi ansimando. Gli altri carcerati avevano avuto la stessa idea di Davide, questa era infatti una consuetudine radicata, la compassione vigila attenta anche tra noi disperati. Decine e decine di lenzuoli bianchi, che ondeggiavano al sole per un leggero vento di maestrale, salutavano la scarcerazione anticipata e definitiva del nostro Tony Cappai.
“Cosa ci fai in mezzo a questo casino?” Mi chiese con l'espressione di un fantasma.
“Tony Cappai è morto d'overdose, stanotte.”
“Ah, poveraccio! Era una brava persona… Vieni, dammi una mano.”
Davide, col camicie ancora macchiato di sangue, afferrò il lenzuolo bianco che gli avevo appena sistemato sulla branda. Mi chiese d’aiutarlo per avvicinarsi alla grata, dunque fece un nodo al lenzuolo per farlo scivolare all’esterno della cella. Trascinò la branda vicino al muro, poi ci salì sopra quasi ansimando. Gli altri carcerati avevano avuto la stessa idea di Davide, questa era infatti una consuetudine radicata, la compassione vigila attenta anche tra noi disperati. Decine e decine di lenzuoli bianchi, che ondeggiavano al sole per un leggero vento di maestrale, salutavano la scarcerazione anticipata e definitiva del nostro Tony Cappai.
Vincenzo D'Ascanio, inedito 2009.