Non c'era rimasto nessuno a protestare.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei ...e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare. (Bertolt Brecht)

martedì 24 agosto 2010

Manuelona il transessuale


Da quando ero arrivato non avevo ancora osservato la dovuta attenzione il luogo in cui mi trovavo. Si trattava di un modesto locale della Via S. G., dove prevalevano case dai tetti traballanti e con evidenti tracce di muffa sui muri. Era un quartiere malsano ma caratterizzato da un fascino sinistro: le abitazioni erano addossate le une sulle altre e le soglie davano verticalmente su una stretta strada a senso unico, in cui transitavano automezzi d'ogni genere ed alcuni “ultimi” che, ad ogni singolo passo, parevano dirigersi frettolosamente verso un risolutivo appuntamento con la morte.
Il quartiere di S. G. era il regno dei graffitari cagliaritani, che durante la notte si muovevano asciutti per detronizzare il grigiore dominante sulle strutture in cemento armato. Visi distorti, carcerati sorridenti, occhi provvisti di eccezionali antenne, dichiarazioni d’amore ed accuse sociali, balene taroccate che reclamavano giustizia: questo scenario si proponeva nudo a chiunque avesse percorso quelle viuzze con un pizzico di curiosità. Tra le abitazioni s’aprivano improvvisi degli invisibili passaggi, che sgorgavano in piazze in cui navigati eroinomani s’esercitavano nel rituale dell’autodistruzione sistematica. Con l’arrivo della notte prendevano vita ambigui locali notturni, in cui galleggiavano personaggi variopinti dalla sessualità indefinita, ma che nel parlare e nell’agire rivelavano una sensibilità profonda, ultraterrena, non riscontrabile nell’accelerato mondo della luce...


In quel periodo era popolarissimo/a un/una transessuale, noto/a a tutti col nome di Manuelona. Durante tutto l’arco della settimana questo/a era un/a dipendente della Provincia di Cagliari, e svolgeva l’impiego di protocollista con lo stesso entusiasmo di un Fabrizio Corona ad una conferenza sullo Stato di Diritto. Occhialini cadenti sul naso, capelli corti, occhi azzurri, classico golfino dolcemente poggiato sulle vigorose spalle, era la controfigura di un Raul Bova apatico leggermente spettinato. Alienato, aspettava la notte attraversando un’attesa che tendeva a tramutarsi in febbre, e quando questa arrivava, si svestiva dei suoi abiti impiegatizi per indossare una provocante minigonna, delle sensuali calze a rete, ed un body che esaltava il seno realizzato in una specializzata clinica brasiliana (per nascondere le rotondità durante le ore al protocollo, mi parlò d’ingegnosi stratagemmi…)
Manuelona ballava come un’ossessa sino alle due di notte, poi afferrava la borsetta rosa come il suo rossetto alla ciliegia, saliva sul super SUV 3000, dunque indugiava sotto il ponte della Scaffa.
La potevi incontrare anche sotto il cavalcavia della 130.
Era riconoscibile presso il largo canalone di Viale Colombo.
Potevi scoprirla ad adescare alcuni giovani studenti presso il Credito Cooperativo.
Potevi sorprenderla nell’intrattenimento di qualche vetusto assessore della Giunta Regionale.
Il suo SUV 3000, osservato nella calde notti di Luglio, ricordava un mastodontico pene metallizzato.

Manuelona… Che tempi… Ricordo con abbondanza di particolari la sera in cui la conobbi. Giacevo esanime su uno dei divani del locale M. Tanto per cambiare Valeria m’aveva umiliato, ed Agostino sentenziò che dovevamo ad ogni costo sbronzarci. Io cercavo in qualche maniera di vomitare, mentre il mio coinquilino molestava alcune cameriere che ridevano di lui e del suo volto orribilmente sfregiato. Mentre cercavo di districarmi da quell’imbarazzante situazione Manuelona mi si sedette accanto. Allora mi voltai, e dinanzi a me comparvero due mastodontiche tette MADE IN BRAZIL. Inizialmente ebbi un sussulto, anche perché Manuelona aveva deciso di stringermi a sé.
“Ciao bello”, sussurrò con voce mascolina, “cosa ti va di fare?”
“Co - cosa?” Gli risposi balbettando, “mi va di… Mi va di vomitare…”
“Come vomitare?”
Concluso questo dialogo bizzarro Manuelona m’osservò meglio e cominciò a ridere, dunque chiamò una sua amica (o amico?) per raccontarle l’accaduto. Le due risero insieme come se si trovassero ad una commemorazione annuale d’alcolizzati cocainomani. Trascorsa quell’ondata d’entusiasmo sessuale, accavallò le lunghissime gambe e mi offrì una sigaretta.
“Mio Dio, ma tu sei un bambino… Quanti anni hai?”
“Cavolo, non sono un bambino, ho quasi diciannove anni!”
Mi chiese scusa con l’amabilità che lo caratterizzava in ogni occasione. Disse che avevo la faccia di un ragazzetto di quindici anni, ed in effetti non aveva torto. Oggi la barba ed alcune cicatrici rimediate in carcere hanno attenuato l’effetto, ma in quel periodo dimostravo meno anni di quelli che avevo in realtà. Dopo questi fraintendimenti Manuelona rimase accanto a me, poiché quella sera non intendeva darsi da fare. Agostino tentò in vario modo di corromperla ed infine trovarono l’accordo per l’indomani a prezzo di favore, nei pressi della laguna di S. Gilla. Tutto brioso Agostino ci propose d’andare al bancone per celebrare la “conquista”, allora Manuelona mi cinse la vita stringendomi ai suoi grandi fianchi materni/paterni. Fu là, dinanzi allo sguardo demente del mio coinquilino, che mi descrisse la sua esistenza. Mi parlò del lavoro da protocollista, che disprezzava con tutto il cuore. Mi raccontò di quanto era stato difficile accettare quel corpo ribelle, e soprattutto mi raccontò di quanto era stato complicato farlo accettare agli altri. La sua famiglia l’aveva esclusa, aveva tre sorelle che non le rivolgevano la parola, sua madre era quasi morta dal dispiacere, il padre le ricordò che una pallottola del fucile da caccia era riservata al suo cervello.
“Situazioni del tutto spiacevoli, caro, ma non potevo imprigionarmi e negarmi per soddisfare i desideri altrui…”
Propose questa frase con orgoglio infinito, e ne aveva ben donde, accidenti a lui/lei. Tuttavia, la parte più interessante del discorso giunse quando mi parlò dei suoi clienti. Tutte persone perbene, per carità, avvocati, dentisti, politici, preti cattolici e pentecostali, buddisti, vigilantes, disoccupati, salariati e pagliacci del Circo.
“Come preti?” Chiesi frastornato, “è una vita che vi spaccano le palle!”
“Eh si, anche preti… Poverini, sono uomini pure loro, come tutti hanno i loro bisogni. Poi, è ovvio, quando vanno in Parrocchia ripetono i diktat del Vaticano. Lo devono fare per forza, me lo dicono piangendo… Uno di loro ha una strana abitudine, prima di ogni rapporto mi scongiura di confessarlo e dunque d’assolverlo, altrimenti non gli si drizza… Incredibile, non è vero?”
Si, era incredibile, ma grazie a Valeria più nulla poteva sorprendermi. Decisi di fargli qualche domanda sui politici, magari ne aveva conosciuto qualcuno di famoso...
“Oh, si”, mi disse con occhi sognanti, “un cliente abituale era il Sindaco di una grossa città della Sardegna. Mi disse che se fossi stata soltanto sua m’avrebbe nominato assessore alle attività produttive, ma i nostri uffici dovevano essere adiacenti…”
“E tu non hai accettato?”
“Certo che no, il mio corpo è in vendita, ma non la mia mente… Per Pluvio Tonante!”
“Ma, scusa, di che Partito era questo Sindaco?”
“Uno di quelli nuovi, grandi grandi… Pensa, era uno dei principali dirigenti… Io sono sempre stata fascista, non potevo umiliarmi così…”
“Come fascista?” Esclamai afferrandola per il braccio, “ma se durante il fascismo le persone come te erano perseguitate, come puoi essere fascista?”
“Colpa di mio nonno, anche lui grandissimo fascista e feticista... Sin da piccolo m’ossessionò con le storie sul duce e sul fantastico ventennio. Quel dittatore era proprio un omaccione, aveva un sacco d’amanti, sarebbe stato il mio uomo ideale…”
“Tuo nonno… Fascista…Che cosa bella…” Disse Agostino in stato di trance.
“Già, è stato l’unico a starmi vicino dopo la mia scelta. La mia convinzione politica è una stramba connessione sentimentale col mio cuore… E poi, l’incoerenza è dei nostri tempi… Gli operai votano a destra, la Lega Nord prende voti in Sardegna… Per dire, non mi sento affatto fuori luogo!”
“Anche questo è vero” commentai grattandomi il capo.
“Mio Dio”, disse allora Agostino, “siamo dinanzi ad un protocollista transessuale, che assolve i preti, rifiuta gli assessorati, deve rifarsi le tette ed è fascista! Tu sei la donna della mia vita, ma quali sono i tuoi argomenti?”
“Domani li conoscerai uno ad uno…”
“Io ti amo…” Concluse Agostino mentre tracannava una vodka alla fragola accompagnata da un mix di curiosi antidepressivi.
Durante uno degli interminabili pomeriggi in carcere Davide mi porse l’Unione Sarda, aggiungendo un laconico “mi dispiace”. Inizialmente non capii, poi vidi la sua foto e la riconobbi. Del resto, era stata una delle poche persone che venivano a trovarmi con regolarità, e talvolta mi portava dei dolci che lei stessa faceva. Quei maledetti l’avevano pugnalata al cuore, l’organo che aveva dominato interamente la sua vita. Quattordici coltellate e del filo spinato legato intorno al collo; i responsabili non furono individuati, e nessuno si strappò i capelli per farlo.
Si, Manuele, o Manuelona, gestiva una doppia, tripla, quadrupla vita, aveva un’esistenza che si riscaldava alla luce del sole, in cui tutti lo stimavano per la sua professionalità, ed un'altra in cui si travestiva, mascherava, truccava… O forse si travestiva, mascherava, truccava quando stava alla luce, e protocollava tutti quegli insulsi documenti amministrativi. Aveva escogitato il modo più adatto per occultare il seno brasiliano, ma non poteva nascondersi per tutta la vita o, almeno, sino a quando era in vita. La morte aveva rivelato l’altra esistenza, quella indossata durante la notte, quando l’oscurità la proteggeva dalla volgarità e dalle ipocrisie di questa civiltà, che tutti indistintamente odiamo... Quando il tempo sembra non passare, quando Valeria non risponde e nessuno mi vuole incontrare, monto sulla mia vespa e vagabondo sonnambulo per la città. E’ in quei pomeriggi che vado sotto il ponte della “Scaffa” e le dedico un pensiero, per Manuele, nell’eterno Manuelona, la persona più coerente che abbia mai incontrato.