Grazie a questa particolare situazione le condizioni di Maurizio migliorarono notevolmente. La prima volta che l’incontrai era uno straccio impiastrato di sangue ma si sa, i giorni dell’astinenza non sono una passeggiata sul lungomare di Rio. Quando degenerava gli infermieri non mi permettevano d’entrare, allora mi sedevo su una panchina e provavo ad immaginare l’inimmaginabile. Un pomeriggio ci ritrovammo nell’immenso giardino dell’ospedale. Nei viali circondati da alberi scheletrici passeggiavano numerosi degenti, altri erano spalmati sulle panchine, qualcuno discuteva coi propri fantasmi, un politico ricoverato cercava di sedurre una diciassettenne maggiorata… Gli infermieri stavano a braccia incrociate lungo i viali, statue di sale in attesa del sole che le sciogliesse. In quelle ore Maurizio stava bene, sorrideva lasciandosi andare a numerose confidenze. Fu lui ad incominciare il discorso, mentre una sigaretta gli si consumava tra le dita magre.
“Di la verità, mi consideri un coglione, non è vero?”
Non risposi, che dire, ogni frase m’appariva inopportuna, le banalità lasciamole a chi vuole fare la rivoluzione della carta igienica. Voleva parlarmi, ed io ero pronto ad ascoltarlo. Quando una persona è a pezzi sono ben disposto, mi stupisco del fatto che qualcuno possa stare peggio di me… Il suo viso era ripiegato su se stesso, aveva un’aria del tutto concentrata, pareva quasi assente. Talvolta consideravo che non ero io il suo interlocutore, se al mio posto ci fosse stato un distributore di sperma infetto non sarebbe cambiato molto. Forse voleva parlare soltanto con se stesso, io non ero altro che un mezzo per raggiungere la sua interiorità, uno specchietto retrovisore scheggiato riflettente stati emotivi... E’ complicato raccontare ciò che Maurizio mi disse. E’ difficile penetrare nella mente di un tossicodipendente, un labirinto intricato dove nessun folletto psicopatico vomita molliche di pane per farti ritrovare il sentiero… Come no?
Ti liberi del cordone ombelicale ed in un istante sei un utente, ti imbatti nei pazzeschi anni dell’adolescenza, tra un calcio e l’altro qualcuno ti dice: “occhio, la vita è dura”, ma nessuno prospetta con esattezza quanto. Si, il bambino biondo che armeggia coi suoi soldatini tra quindici anni sarà un eroinomane, adopererà cucchiaini ed innocenti fiamme, dal braccio scivoleranno alcune gocce di sangue. Anch’io giocavo coi soldatini, facevo parlare cucchiai e forchette ed ero un prodigio nel gioco della ghigliottina, ma nessuno poteva immaginare per me un futuro in libertà vigilata. Soltanto zio Bachisio vi fantasticava, quel disgraziato m’aveva sempre visto di cattivo occhio, accidenti a lui. Ed invece si… Maurizio, il piccolo e paffutello Maurizio, con una siringa infilzata nel braccio magro, un tirassegno per sciacalli, roba da non crederci. Poi, lineare, durante una stellata notte estiva, nella spiaggia di Cala Mosca giunge energico il primo rito. La prima dose perché sei curioso e sei tanto stupido da pensare che gli “amici” ti osservano. La seconda dose perché la persona che ami è un’eroinomane… “Condividiamo tutto”. La terza dose perché i tuoi sogni si sono sgretolati come i castelli di sabbia che innalzavi sulla spiaggia. La quarta dose perché la tua vita è tutto, meno ciò che desideri veramente. La quinta dose perché tuo padre è un grandissimo stronzo consumista assente. La sesta dose perché cominci a farti lusingare dall’autodistruzione. La settima dose perché non farlo comincia ad essere straordinariamente doloroso.
Maurizio ha seguito queste tappe con la stessa volontà e dedizione di un Bartali in piena evoluzione. Perché accade che una persona piacevole come Maurizio possa sentirsi spaesata, così una mano ideale ci accompagna dalla persona della nostra vita, altre volte ci presenta una passione, amore, colore, altre volte ti porta in “luoghi non luoghi” terribili, oscuri, angusti, smaterializzanti. Questa mano invisibile, dio, destino, fato, karma, o come accidenti volete chiamarlo, ha accompagnato gentilmente il mio amico al contatto simbiotico tra una vena pulsante ed un ago scintillante, un contatto fattosi vitale come quello di un malato terminale aggrappato alla macchina che gli permette di respirare.
“Inizialmente l’eroina non è male.” Queste le sue parole. INIZIALMENTE. Il dopo è il problema, forse. Oppure il problema era prima, a monte, interiore…
“Inizialmente l’eroina non è male.” Queste le sue parole. INIZIALMENTE. Il dopo è il problema, forse. Oppure il problema era prima, a monte, interiore…
Cominci a farlo tiepidamente per rinfrescarti con la trasgressione, per distendere nervi tesi sovraccarichi di quotidianità e sozzura ridondante. Con meraviglia e spasmi di terrore t'accorgi che l’eroina non è più un sollazzo, un gioco, una diavoleria per sfidare le maglie dell’ordinamento giuridico, ma si trasforma nel fine ultimo di tutte le tue azioni. Cominci una nuova vita, cominci a frequentare nuove persone, entri a contatto con nuovi pericoli, sei vigile come una pantera. Soltanto allora hai tutte le carte in regola per cominciare la corsa al denaro, mai così decisivo, e di pari passo iniziano le menzogne, i piccoli furti che si susseguono in un’escalation d’importanza, s’inaugurano le prime dosi consumate in completa solitudine, celebrazione sfrenata della tua indiscutibile dipendenza…
Durante quel temperato pomeriggio invernale Maurizio mi descrisse con dovizia di particolari la sua prima terrificante crisi. Ne parlava con un pizzico di nostalgia, forse provava commiserazione per se stesso, per quel ragazzo che voleva e poteva ancora farcela… Si trovava nel balcone della sua magnifica villa in Viale Merello, durante una piatta serata d’Ottobre. Il sole tentava di nascondersi alle spalle dei monti lontani, dalla strada giungevano i metallici suoni del traffico urbano. In quei giorni il “nostro” aveva deciso di non assumere eroina, perché voleva dimostrare a se stesso che non ne aveva bisogno. I primi effetti della dipendenza s’erano manifestati ed anche il mio amico, com’è accaduto a molti, cercava un conforto interiore agli allarmanti segnali generati dall’organismo. Mentre stava accovacciato sulla poltrona, le gambe strette contro il petto, le braccia incrociate attorno alle ginocchia, osservò con distrazione i contorni labili delle montagne, il volo circolare degli uccelli e prestò attenzione ad una musica sinfonica proveniente dalla casa dei vicini. Le sue gambe si distesero, la cassa toracica cominciò a muoversi seguendo ritmi regolari. S’addormentò dunque beato, soddisfatto, rilassato… SPAVENTATO! Fu svegliato come dallo scoppio di una paurosa carica di tritolo emozionale, ipotizzate un attacco di panico elevato all’ennesima potenza. La sua gola s'era seccata, l'emicrania dominava arrogante, i nervi, soprattutto quelli del collo, si tendevano come le corde di un violino.
“Sigarette, dove cazzo sono le sigarette… Acqua, sete… Mamma… Mamma… Sudore… Dolore… Ci vorrebbe… Aulin, un antidolorifico… Ci vorrebbe, ci vorrebbe…”
Comprese istantaneamente ciò che accadeva, e prima che giungesse il peggio era già sulla sua moto, in cerca dello spacciatore che, cordiale, elargiva pazientemente una santa dose al popolo. A centosessanta sull’asse mediano presero appuntamento sulle scalinate della Chiesa di Bonaria, dinanzi al golfo avvenne il fatidico scambio ed in men che non si dica Maurizio era accucciato sul lindo cesso della sua abitazione. Era completamente sudato, inzuppato, inondato, mani e gambe tremavano, perdeva singolarmente saliva dal lato destro della bocca, i pensieri si sorpassavano furiosi ma almeno tra le mani stringeva la magica, e questo lo faceva stare già meglio. Nonostante fosse un principiante aveva tutti gli strumenti del mestiere, sigillati in un cofanetto metallico che riusciva a nascondere con comodità tra gli sciagurati volumi della sua libreria. Compì i gesti della trasformazione davanti allo specchio del bagno, con lo stesso ornamento di un sacerdote druido. Legato il tubicino di gomma all’altezza del bicipite sinistro, iniettò lentamente l’eroina con un deformante ghigno sulle labbra, e come un fiume la dose scivolò nel lago del suo sangue contaminato. L’ultima immagine conservata è il momento in cui precipitò dalla tazza del cesso, per andare a schiantarsi sul pavimento. Si risvegliò dopo due ore eccezionalmente intontito, con una fame da cane randagio, un sopracciglio insanguinato per via della caduta, pisciato, e con la siringa ancora infilzata nel braccio… Si sentiva risorto, un tormentato Lazzaro dei nostri tempi maledetti. In realtà, era come se per alcune ore non esistesse più, sparito, volatilizzato, PUFF…
Adesso era ritornato il lui, forse in quella siringa non c’era eroina, c’era lui stesso, come se la droga ti portasse via ed il tuo essere si trasferisse, vivesse, respirasse, nella sostanza stessa... Brutto scherzo… Proprio un brutto scherzo.
Quella sera la casa di Viale Merello era deserta, tutti s’erano trasferiti nel litorale (la loro casa sul Margine Rosso, lo seppi più tardi, era uno spettacolo infinito). Questo particolare aveva impedito che qualcuno lo sorprendesse nel limbo… Maurizio mi descriveva le situazioni come se non gli appartenessero, come se stesse divagando su un amico che conoscevamo entrambi, un amico che ci aveva sempre divertito. Continuava a fumare con disinvoltura le sue sigarette, e s’interrompeva soltanto per osservare qualche bella infermiera che danzava vicino a noi, o qualche bizzarro infermiere che ci scrutava con disprezzo. Le sue condizioni miglioravano, non era più il ragazzo annientato incontrato in Facoltà. Si stava trasformando nel Maurizio che conoscevo, sempre pronto ad invaghirsi di qualche bella ragazza, a scherzare con tutti, oppure ad organizzare qualche tiro mancino a chi se lo meritava. Mentre l’osservavo riprendevo fiato, nonostante tutto, ero sicuro che il mio amico ce l’avrebbe fatta…
Il giorno del suo funerale il Dio della Pioggia aveva deciso di fare gli straordinari. Sembrava quasi che ti stessero lanciando addosso delle secchiate d’acqua, ma quel pomeriggio tenere un ombrello mi sembrava un lusso inutile. La gentaglia come me, d’altronde, non lo portano mai… La pioggia scivolava sul mio volto scavato e sulla barba, batteva su fronte e mani devastate, sulle cicatrici, ma non sentivo freddo, solo rabbia. I cipressi s’inchinavano alla furia del vento, anche loro parevano prostrarsi dinanzi alla maestà della morte…
Overdose nell’androne di un palazzo in costruzione, due righe di cronaca sul giornale locale per evidenziare su tutto l’appartenenza alla famiglia facoltosa. Mi trovavo coinvolto in una solitudine glaciale, da quando ero uscito dal carcere Valeria non m’aveva ancora rivolto la parola, Agostino era sconvolto da uno dei suoi mix, Azuz era stato rispedito in patria a calci nel sedere, ed Elena doveva piantonare l’ospedale per una spaventosa emergenza al reparto infettivi. Ero nervoso come un cinghiale ferito, ogni tanto osservavo i genitori di Maurizio, maledivo tutto quello che c’era da maledire, mi morsicavo dita e labbra. Emergevano dall’oblio immagini di quando eravamo bambini, esclusivamente ricordi di quando eravamo bambini. Maurizio che mi sorride tra i banchi della scuola, Maurizio che scombina i piani delle catechiste, Maurizio con un pallone tra le mani che mi sceglie per la sua squadra. Aveva gli occhi scintillanti come due smeraldi, un sorriso che bruciava talmente era intenso, ma ora non c’era più, o forse c’era, ma io non lo vedevo. Di tanto in tanto gli parlavo… “Maurizio, accidenti a te…” “Maurizio sei un cagone di merda…”
Quando sei ragazzino non ti prospettano questo genere di soluzioni, talvolta un parente, o tua madre, ti maledicono ruvidamente, ma nessuno ipotizza seriamente un simile finale. Soltanto la mia insegnante di religione, durante una placida mattinata primaverile, azzardò. Avevo combinato un guaio, allora lei s’avvicinò al mio viso, mi guardò negli occhi e col suo alito fetido mi disse: “Tu non diventerai mai nessuno. Ricordatelo bene, non diventerai mai nessuno.” Me lo disse con disprezzo, con quell’odio subdolo che soltanto le suore pazze riescono a sprigionare. La “sorella”, tuttavia, si sbagliava. Si, forse non sono ancora nessuno, e forse non lo sarò mai, ma mi manca un pizzico tanto, un’azione breve e coincisa, organizzazione ed impegno, per essere etichettato definitivamente quale delinquente abituale. Un accidenti di recidivo, un potenziale pericolo da tenere d’occhio! In questo modo anch’io potevo vantare un titolo, “nessuno” l’avrebbero detto a chissà chi… Come dice la televisione, non importa se raggiungi o meno i tuoi obbiettivi, l’importante è ciò che provi quando stai cercando di raggiungerli… Io sono una pistola carica.
Vincenzo M. D'Ascanio, inedito 2010