Non c'era rimasto nessuno a protestare.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei ...e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare. (Bertolt Brecht)

domenica 29 agosto 2010

Incontro con Andrea (storia di un fallimento urbano)







Non scorderò facilmente la storia di Andrea, infatti ricordo con lucidità il giorno in cui c’incontrammo. Avevo appena concluso i miei primi giorni di vagabondaggio, il tempo trascorreva ad intervalli regolari scanditi da telefonate all’estero ed individui che emergevano dalle basse paludi del mio sordido passato. Un pomeriggio assolato il compagno Giorgio mi chiamò intimandomi di mantenermi libero, perché questa volta occorreva il mio aiuto…
“Bello, oggi ci servi, Franco deve fare un trasloco…”
“Un trasloco”, risposi, “accidenti a te, ma devo studiare…”
“Non farmi ridere, sai bene che non ti servirà a nulla. Passo a prenderti alle due…”
“Va bene…” Risposi mentre riabbassavo la cornetta in stato di trance.



Giorgio fu puntuale come un orologio, e Franco parcheggiò il furgone dinanzi al portone del mio sgangherato condomino. Mi consegnarono una birra e m’indicarono il retro del furgone, perché c’erano alcuni mobili da mantenere “soprattutto nelle cazzo di curve”, come spiegò Giorgio con la sua cordialità sabauda. Ubbidì con la birra tra le mani, dunque aprì il portellone e mi trovai dinanzi all’emblematica figura di Andrea. Questo si presentò all'istante e mi ringraziò felice, perché il Comune aveva finalmente deciso d’assegnare le case popolari. Poteva così abbandonare il Circolo Amendola, una vecchia Sezione del Partito in cui aveva vissuto grazie al buon cuore di alcuni compagni.
“Accidenti, quella Sezione non era mica comoda, ma sempre meglio delle panchine di Piazza del Carmine…” Pronunciò questa frase col suo sorriso disarmante, come se vivere sulle panche di Piazza del Carmine fosse come dormire in una pensione dove non ti trovi del tutto a tuo agio.
L’aspetto del buon Andrea mi colpì immediatamente, come mi colpì il fatto che tra le ossute dita stringeva una sigaretta fradicia, che tuttavia continuava imperterrito a fumare. Inoltre per fisico, lineamenti del viso ed abbigliamento era straordinariamente simile a Totò, però notevolmente più brutto, e con uno sguardo drammatico che lasciava trasparire un abbattimento da cane bastonato. Il suo abbigliamento era il classico vestiario degli “ultimi”, una particolare divisa che nonostante le ovvie diversità sono simili per alcuni aspetti. Il giubbotto sporco, le scarpe con la punta all’insù per il troppo uso, il colletto della camicia sozzo e slabbrato, il maglione forato e strappato, erano tutti indici di una indiscutibile appartenenza alla classe, diventata oramai la mia famiglia adottiva…



Il tragitto per arrivare alla “casa” fu un devastante viaggio interstellare, infatti dovemmo utilizzare tutte le nostre risorse per avere ragione di quei pesanti mobili in cartone pressato. Ogni tanto il povero Andrea veniva barbaramente schiacciato da un tavolo, violentato da una poltrona, umiliato da una libreria, schiaffeggiato da una branda. Le curve a gomito erano la nostra crocefissione, le brusche frenate dei ferri arroventati infilzati nelle nostre carni, ed i gestacci che ci lanciava Giorgio aumentavano la nostra disperazione. Franco guidava come un ossesso, e non era affatto preoccupato delle nostre condizioni, del tutto simili a quelle di due giovani mozzi che, corazzati di buona volontà, devono far fronte ad una devastante tempesta tropicale. Di tanto in tanto Andrea allungava la sua mano scarna, ed io lo riprendevo da quell’ammasso di legna e cartone che intendeva ridurlo a misera poltiglia palpitante. Lui cercava di dirmi grazie, o almeno così pareva, poiché il suo linguaggio era inevitabilmente mozzato dalla paura, e dal timore di un nuovo scossone. Io davo calci e pugni alla lamiera anteriore, urlavo, sbraitavo, mostravo il pugno nello specchietto retrovisore, inscenavo inutili boccacce. Franco allora mi guardò attraverso lo specchietto coi suoi occhi di ghiaccio, sporse leggermente il braccio destro ed allungò il dito medio. Nel frattempo calcò con veemenza il pedale del freno, e quasi “inchiodando” ci ritrovammo inaspettatamente alla meta…



Quando scesi dal mezzo quasi non persi l’equilibrio, e mi dovetti appoggiare a Giorgio nel medesimo istante in cui lo maledivo. Andrea, invece, si lanciò dal furgone schiantandosi contro l’asfalto, e dovemmo sollevarlo quasi esanime. Era proprio un uccellino, pesava al massimo una cinquantina di chili, e quel nasone non faceva che accentuare la sua particolare fisionomia da volatile denutrito. Non appena fu in piedi ci osservò con occhi folli, Franco allora gli offrì una sigaretta, ma lui rispose orgogliosamente che “aveva le sue”. Che spavento, e che meraviglia… Aveva le “Quattro Nazioni” senza filtro, le stesse che un tempo fumava il mio povero zio trucidato da un terrificante tumore… Le sigarette di Andrea producevano un odore nauseabondo che sembrava provenire dalle più pericolose raffinerie del golfo cagliaritano, così dovetti allontanarmi e soltanto allora m’accorsi del quartiere in cui ci trovavamo… Non intendo essere eccessivamente tragico, ma quel pomeriggio sembravamo capitati in qualche altra regione della terra, forse dell’America Latina o dell’Africa più povera. Il vicinato era l’apprezzabile risultato delle scelte illogiche di alcune amministrazioni locali, che avevano deciso d’asserragliare parte della popolazione (ovviamente, quella più povera) in una sorta di ghetto, in cui imperavano sinistri palazzi popolari, in cui non c’era lo straccio di una farmacia, di un supermercato, di un accidenti d’asilo, in cui non c’era né una scuola e tantomeno un autobus, oppure una di quelle tragiche chiesette di periferia che mettono addosso un malumore nero…



Quando mi voltai, sulla mia destra vidi un’enorme piazza rettangolare di cemento armato, in cui alcuni ragazzotti si divertivano ad addestrare un possente pit bul grazie ad un pneumatico appeso ad un’altalena. L’animale saltava molleggiato e mordeva con forza il pneumatico mentre i ragazzotti, che indossavano inossidabili giubbotti “Dainese” ed occhiali avvolgenti, lo colpivano con alcune bastonate, commentando con entusiasmo i salti del povero animale oramai pazzo. La piazza era disseminata di rottami, cocci di bottiglia, sassi, schegge di vetro che scintillavano al sole, ed al tutto presiedevano alcuni ciclomotori totalmente carbonizzati, che facevano bella mostra di sé come delle stilizzate sculture futuristiche… Nel frattempo, dai palazzi circostanti proveniva un’originale colonna sonora. Una famiglia aveva deciso di cominciare una cruenta ribellione domestica, e dai rumori pareva che questa lotta fosse senza esclusione di colpi. La moglie sembrava avere la meglio sul marito, forse alcolizzato o disgregato da qualche altra sostanza autodistruttiva. Nonostante l’intero quartiere fosse intriso di quella rabbia casalinga, i ragazzotti che malmenavano il “pit” non ci badavano, del resto, per loro l’episodio rappresentava soltanto la routine quotidiana. Continuavano a ridere e scherzare tra loro come se nulla fosse e mentre li osservavo sbalordito, la mia attenzione fu catturata dall’impressionante spettacolo umano che germogliava sui balconi di quegli orribili edifici.



Presso un balcone completamente scrostato si muoveva con disinvoltura una ragazza che portava un asciugamano sulla testa, magrissima, pallida come un vampiro in crisi di risultati. Teneva una sigaretta tra le dita, ed innaffiava i fiori con una postura del tutto speciale: mano sui fianchi, sigaretta ora in bocca, pareva un uomo nell’atto di urinare. Per qualche secondo rimasi incantato ad osservarla, ma lei si voltò repentinamente e mentre il mio sguardo era proiettato verso altri orizzonti mi parve di vederla toccarsi i cosiddetti “gioielli”. Soltanto allora compresi la situazione, così i miei occhi riuscirono ad incappare in un ulteriore spettacolo affatto piacevole. Al piano inferiore una donna piuttosto grassa ed aveva appoggiato le sue spropositate gambe sul davanzale del balcone, e come se nulla fosse era intenta ad accorciarsi le unghie. Mentre osservavo quest’ulteriore rappresentazione della totale mancanza di femminilità, non potei fare a meno di notare le persone che entravano ed uscivano dal palazzo in cui si trovava l’appartamento d’Andrea: indifferenti transitavano degli autentici cadaveri ambulanti, trasportati da una forza catalizzatrice verso luoghi e persone certamente assurdi. Magrissimi, pelle emaciata, occhi affossati nelle orbite assenti, labbra protese in avanti o labbra che scomparivano, malattie veneree o viscerali che spadroneggiavano sui loro corpi come pericolose mannaie pronte ad infrangersi sui loro colli inconsistenti. Andatura stanca, mostravano nello stesso posizionamento del corpo un destino di morte certa, che presto o tardi li avrebbe afferrati senza scampo. Fui colpito in particolare da un elemento: questi cittadini (e la parola cittadini non è utilizzata a caso) non parevano avere alcuna età, i più giovani sembravano anziani, e gli anziani quasi giovani. Tuttavia era impossibile individuare con precisione la loro età, perché un trentenne poteva dimostrare sessant’anni, mentre un sessant’enne, in ragione di una capigliatura adolescenziale o di qualche orecchino sfavillante, poteva dimostrarne di meno. Insomma, si trattava di persone che non appartenevano più al tempo o alle stagioni.



“Lorè, muoviti”, disse Giorgio, “che così ce ne andiamo via da questo posto, dannazione!”
Mi posizionai presso il furgone, ed attesi che Franco mi passasse il primo mobile. Si trattava di un vecchio comodino stracolmo di polvere, che riuscì a trasportare con sforzo immane su per le scale. L’androne del palazzo pareva una fedele rappresentazione di un girone dantesco: i muri erano scrostati, la muffa aveva deciso di stabilire incontrastati feudi sulle pareti, un penetrante odore di urina ti sconvolgeva le narici gelandoti il sangue, e poi naturalmente cartacce, qualche preservativo, un assorbente insanguinato ed alcune siringhe che, in ogni caso, restano una costante. Mentre posavo il piede sul primo scalino una bambina si presentò dinanzi a me. Mi fermai per riprendermi dalla fatica e dallo stupore, e questa mi osservò con occhi malinconici. In una mano teneva una piccola busta di color blu contenente chissà quali cianfrusaglie, mentre nell’altra c’era un piccolo pupazzetto unto, del tutto simile a quelli che un tempo si “vincevano” nei mitici fustini del Dixan. La lasciai passare, e se non avessi avuto quell’ammasso di legna tra le mani le avrei di certo accarezzato i capelli, forse le avrei posto qualche domanda, magari avrei cercato un espediente per farla sorridere. Mi limitai a strascicare un “ciao” e lei rispose proprio con un sorriso, pronta ad acciuffare insetti in quel giardino ricco di rottami, poltiglia e lordume, coi suoi occhi verdolini e con le sue mani da fata scandinava…



Un piano, due piani, tre piani ed ecco finalmente Andrea, che m’attendeva nella posizione della caffettiera dinanzi alla porta, un portone enorme, blindato, spropositato e possente, la classica porta che t’aspetteresti alla fine del cielo. Questa, in realtà, non era un vera e propria porta, ma una sorta di scudo interstellare contro attacchi atomici, che forse soltanto a suon di tritolo ogliastrino era possibile varcare. Ripresi fiato dinanzi all’improbabile figura di Andrea, e mentre stavo inchinato indicai l’oggetto mastodontico.
“Andrè, e questa porta… Mamma mia, è gigantesca…”
“L’ha messa il Comune”, mi rispose soddisfatto, “l’appartamento è stato conquistato altre volte. Guarda qua, vedì? Hanno cercato di scassinarla con la pistola…” Col verbo “conquistato” intendeva dire che l’abitazione era già stata occupata. Non so perché usasse quel gergo militare, forse lui stesso era influenzato dalla prepotente presenza del portone. Dopo qualche secondo Andrea m’indicò tre profonde infossature non lontane dalla serratura, evidentemente causate da un’arma da fuoco. Guardai Andrea con preoccupazione, ma lui ricambiò i miei occhi spaventati con allegria. Aveva perso qualche dente, ma quel sorriso fu come un tramonto nella baia, ed io non potei fare a meno di provare un’irragionevole senso di pace e tranquillità, come se quelle ammaccature fossero un elemento comunemente accettato, come le urla che continuavano a provenire dall’appartamento accanto... Si, in effetti, era finalmente riuscito a trovare una sistemazione, e non potevo rovinargli il “suo” momento con le mie inquietudini ma, ripensandoci, avrei fatto bene a preoccuparmi ulteriormente.



In carcere, mentre attendevo il turno nella sala mensa, cercai d’ingannare l’attesa sfogliando il giornale. Dopo aver riso per le consuete buffonate dei politici locali passai alla cronaca nera, in cui riconobbi immediatamente la foto di Andrea, che giaceva su un marciapiede imbrattato di sangue. Il suo cranio era stato polverizzato da un revolver, ed il giornalista si chiedeva, ingenuamente, cosa potessero volere da un uomo che non aveva mai recato danno ad alcuno, e soprattutto non possedeva alcunché. Il cronista non era in possesso di alcuni elementi fondamentali, perché Andrea “un qualcosa” l’aveva. L’appartamento in cui viveva ora era libero, e per gli assassini questo contava più di tutto… La guerra tra poveri è la più cruenta, ad anche la più silenziosa…






Vincenzo M. D'Ascanio. Inedito 2009.