Non c'era rimasto nessuno a protestare.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei ...e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare. (Bertolt Brecht)

giovedì 2 settembre 2010

Nuove iniziative letterarie.


Cari amici,
ricomincia alla grande la nuova stagione di libri per mieleamaro, con una raffica di appuntamenti imperdibili per questa fine 2010:
a cominciare dalle collaborazioni (a breve avrete le notizie più dettagliate sugli appuntamenti che direttamente sosteniamo) con i tre prestigiosi festival letterari dell'autunno cagliaritano:

Marina Cafè Noir 8 IL NERO INTORNO ( 15 - 19 settembre)

MALANOTTE - Racconti, visioni e libri per illuminare il buio, il Festival Tuttestorie di Letteratura per Ragazzi giunto alla 5° edizione (14 - 17 ottobre)

NUES - Fumetti e Cartoni nel Mediterraneo 2010 (fine novembre - primi di dicembre).

intanto ricominciamo sabato 11 settembre con i Libri in Piazza... San Sepolcro

e sabato 25 arriva, puntuale come ogni anno, la festa dei lettori dei Presidi del Libro.

E ancora: 15 settembre è la scadenza per chi vuole partecipare a L'isola dei fumetti , il concorso per storie brevi a fumetti promosso da Mieleamaro, Nues e Hybris.
Settembre sarà inoltre il mese di alcune presentazioni di Viaggio letterario nell'isola di Sardegna , il nuovo numero della nostra rivista edita da CUEC e che è già un successo. Ecco le date già confermate:
venerdì 3 settembre Loiri porto San Paolo - Giardino della Libreria Oltre il Mare ore 22,00
domenica 19 settembre Cagliari - Bastione di Saint Remy ore 17,00
martedì 28 settembre Cagliari - Parco di Monte Claro ore 19,00

Questo e tanto altro per una partenza a razzo della nuova stagione; vi aspettiamo numerosi, cerchiamo sempre nuovi amici! E se intanto qualcuno avesse disponibilità e voglia può cominciare a dare una mano per Marina Cafè Noir. Di seguito la comunicazione del Chourmo che cerca volontari.

Ciao a tutte/i, anche quest'anno il Marina Cafè Noir è alle porte, e anche quest'anno per riuscire nell'impresa stiamo reclutando tra amici, conoscenti, estimatori e sconosciuti un gruppo di persone che abbia voglia di offrirci e regalarci un pò del proprio prezioso tempo e un pò dei suoi talenti per formare una squadra di volontari che possa dare man forte a noi organizzatori e a tutti i vari collaboratori per assicurare una migliore riuscita del festival, che quest'anno sarà dal 15 al 19 settembre. Fare il volontario richiede impegno, voglia, e disponibilità: se credi nella causa, stimi il nostro festival e hai voglia di metterti a disposizione per la migliore riuscita dello stesso, t'invitiamo a contattarci via mail all'indirizzo: volontari@marinacafenoir.it avendo l'accortezza di inserire come riferimento nell'oggetto la parola: VOLONTARI e di inviarci possilmente in allegato un file chiamato con il vostro nominativo.
All'interno del file inserite: - Nome e Cognome - residenza - data di nascita - numero di telefono - email - autorizzazione al trattamento dei dati personali (senza il consenso non avremo modo di potervi rispondere)
Questa prima adesione vi servirà per essere contattati e informati sulla prima riunione plenaria in cui si formerà la squadra e si decideranno i turni ed i ruoli all'interno della stessa. Potete far girare questa mail tra i vostri contatti. Più siamo, meno lavoriamo, meglio riesce il festival, e più ci divertiamo.
Grazie a tutti


martedì 31 agosto 2010

Metropolis


Avanzo nella larga strada polverosa
nel fatiscente quartiere metropolitano,
in questa sinistra e densa palude
riserva per uomini esclusi dal domani,
destinati ad un’esistenza senza miraggi
e senz’ipotesi di speranza alcuna.
Avanzo nel quartiere metropolitano:
spazzature, frutta decomposta
escrementi di cani, curati (e vestiti)
molto meglio di tanti uomini.
Contemplo tutto con disgusto
frastornato dalla ferocia e dall’insensatezza
in cui ci costringiamo sadici.

Avanzo nel quartiere metropolitano
sul marciapiede il sangue è ancora caldo,
un omosessuale è stato torturato
da un nuovo fascismo tecnologico e privato.
Sono sentinelle le antenne satellitari
dominanti inutili cervelli narcotizzati.
emarginati, alienati e discriminati
di soppiatto le osservano angosciati,
meditando su un prossimo pestaggio
che non tarderà di certo ad arrivare.

Mi faccio coraggio, cammino ancora
nel putrescente quartiere metropolitano,
circondato da residence isolati
distaccati e lontani da ogni contesto,
con cittadini terrorizzati dal diverso
ostaggi di cinici mass media
che li invitano a chiudersi tra le mura,
delegando così la propria esistenza
a politici educati alla delinquenza
ed a telecamere di sicurezza puntate come pistole.

Segregati nelle torri d’avorio
compattate da potente cemento armato,
saranno invitati all’odio profondo
da telegiornali finanziati dai massoni.
Allora un messia chiaro come un teschio
esaudirà il loro sogno di morte,
verso coloro che chiedono una moneta
quando vanno a fare la spesa
o dopo la messa della domenica.

Depresso giungo infine al porto
dove freddi sommergibili atomici,
pazienti attendono il comando,
un gesto, da parte del leader spirituale.
Allora quest’insperato tramonto
lascerà spazio al grande sogno,
al bagliore prolungato e definitivo
del potente fungo atomico…
………………………….
Una civiltà feroce ma tremante
attende inconsciamente di sprofondare,
per essere ricostruita dalle fondamenta:
nel fallimento titanico del nostro delirio
nuotano speranze di ricostruzione sociale.


Vincenzo D'Ascanio, inedito 2010.

domenica 29 agosto 2010

Incontro con Andrea (storia di un fallimento urbano)







Non scorderò facilmente la storia di Andrea, infatti ricordo con lucidità il giorno in cui c’incontrammo. Avevo appena concluso i miei primi giorni di vagabondaggio, il tempo trascorreva ad intervalli regolari scanditi da telefonate all’estero ed individui che emergevano dalle basse paludi del mio sordido passato. Un pomeriggio assolato il compagno Giorgio mi chiamò intimandomi di mantenermi libero, perché questa volta occorreva il mio aiuto…
“Bello, oggi ci servi, Franco deve fare un trasloco…”
“Un trasloco”, risposi, “accidenti a te, ma devo studiare…”
“Non farmi ridere, sai bene che non ti servirà a nulla. Passo a prenderti alle due…”
“Va bene…” Risposi mentre riabbassavo la cornetta in stato di trance.



Giorgio fu puntuale come un orologio, e Franco parcheggiò il furgone dinanzi al portone del mio sgangherato condomino. Mi consegnarono una birra e m’indicarono il retro del furgone, perché c’erano alcuni mobili da mantenere “soprattutto nelle cazzo di curve”, come spiegò Giorgio con la sua cordialità sabauda. Ubbidì con la birra tra le mani, dunque aprì il portellone e mi trovai dinanzi all’emblematica figura di Andrea. Questo si presentò all'istante e mi ringraziò felice, perché il Comune aveva finalmente deciso d’assegnare le case popolari. Poteva così abbandonare il Circolo Amendola, una vecchia Sezione del Partito in cui aveva vissuto grazie al buon cuore di alcuni compagni.
“Accidenti, quella Sezione non era mica comoda, ma sempre meglio delle panchine di Piazza del Carmine…” Pronunciò questa frase col suo sorriso disarmante, come se vivere sulle panche di Piazza del Carmine fosse come dormire in una pensione dove non ti trovi del tutto a tuo agio.
L’aspetto del buon Andrea mi colpì immediatamente, come mi colpì il fatto che tra le ossute dita stringeva una sigaretta fradicia, che tuttavia continuava imperterrito a fumare. Inoltre per fisico, lineamenti del viso ed abbigliamento era straordinariamente simile a Totò, però notevolmente più brutto, e con uno sguardo drammatico che lasciava trasparire un abbattimento da cane bastonato. Il suo abbigliamento era il classico vestiario degli “ultimi”, una particolare divisa che nonostante le ovvie diversità sono simili per alcuni aspetti. Il giubbotto sporco, le scarpe con la punta all’insù per il troppo uso, il colletto della camicia sozzo e slabbrato, il maglione forato e strappato, erano tutti indici di una indiscutibile appartenenza alla classe, diventata oramai la mia famiglia adottiva…



Il tragitto per arrivare alla “casa” fu un devastante viaggio interstellare, infatti dovemmo utilizzare tutte le nostre risorse per avere ragione di quei pesanti mobili in cartone pressato. Ogni tanto il povero Andrea veniva barbaramente schiacciato da un tavolo, violentato da una poltrona, umiliato da una libreria, schiaffeggiato da una branda. Le curve a gomito erano la nostra crocefissione, le brusche frenate dei ferri arroventati infilzati nelle nostre carni, ed i gestacci che ci lanciava Giorgio aumentavano la nostra disperazione. Franco guidava come un ossesso, e non era affatto preoccupato delle nostre condizioni, del tutto simili a quelle di due giovani mozzi che, corazzati di buona volontà, devono far fronte ad una devastante tempesta tropicale. Di tanto in tanto Andrea allungava la sua mano scarna, ed io lo riprendevo da quell’ammasso di legna e cartone che intendeva ridurlo a misera poltiglia palpitante. Lui cercava di dirmi grazie, o almeno così pareva, poiché il suo linguaggio era inevitabilmente mozzato dalla paura, e dal timore di un nuovo scossone. Io davo calci e pugni alla lamiera anteriore, urlavo, sbraitavo, mostravo il pugno nello specchietto retrovisore, inscenavo inutili boccacce. Franco allora mi guardò attraverso lo specchietto coi suoi occhi di ghiaccio, sporse leggermente il braccio destro ed allungò il dito medio. Nel frattempo calcò con veemenza il pedale del freno, e quasi “inchiodando” ci ritrovammo inaspettatamente alla meta…



Quando scesi dal mezzo quasi non persi l’equilibrio, e mi dovetti appoggiare a Giorgio nel medesimo istante in cui lo maledivo. Andrea, invece, si lanciò dal furgone schiantandosi contro l’asfalto, e dovemmo sollevarlo quasi esanime. Era proprio un uccellino, pesava al massimo una cinquantina di chili, e quel nasone non faceva che accentuare la sua particolare fisionomia da volatile denutrito. Non appena fu in piedi ci osservò con occhi folli, Franco allora gli offrì una sigaretta, ma lui rispose orgogliosamente che “aveva le sue”. Che spavento, e che meraviglia… Aveva le “Quattro Nazioni” senza filtro, le stesse che un tempo fumava il mio povero zio trucidato da un terrificante tumore… Le sigarette di Andrea producevano un odore nauseabondo che sembrava provenire dalle più pericolose raffinerie del golfo cagliaritano, così dovetti allontanarmi e soltanto allora m’accorsi del quartiere in cui ci trovavamo… Non intendo essere eccessivamente tragico, ma quel pomeriggio sembravamo capitati in qualche altra regione della terra, forse dell’America Latina o dell’Africa più povera. Il vicinato era l’apprezzabile risultato delle scelte illogiche di alcune amministrazioni locali, che avevano deciso d’asserragliare parte della popolazione (ovviamente, quella più povera) in una sorta di ghetto, in cui imperavano sinistri palazzi popolari, in cui non c’era lo straccio di una farmacia, di un supermercato, di un accidenti d’asilo, in cui non c’era né una scuola e tantomeno un autobus, oppure una di quelle tragiche chiesette di periferia che mettono addosso un malumore nero…



Quando mi voltai, sulla mia destra vidi un’enorme piazza rettangolare di cemento armato, in cui alcuni ragazzotti si divertivano ad addestrare un possente pit bul grazie ad un pneumatico appeso ad un’altalena. L’animale saltava molleggiato e mordeva con forza il pneumatico mentre i ragazzotti, che indossavano inossidabili giubbotti “Dainese” ed occhiali avvolgenti, lo colpivano con alcune bastonate, commentando con entusiasmo i salti del povero animale oramai pazzo. La piazza era disseminata di rottami, cocci di bottiglia, sassi, schegge di vetro che scintillavano al sole, ed al tutto presiedevano alcuni ciclomotori totalmente carbonizzati, che facevano bella mostra di sé come delle stilizzate sculture futuristiche… Nel frattempo, dai palazzi circostanti proveniva un’originale colonna sonora. Una famiglia aveva deciso di cominciare una cruenta ribellione domestica, e dai rumori pareva che questa lotta fosse senza esclusione di colpi. La moglie sembrava avere la meglio sul marito, forse alcolizzato o disgregato da qualche altra sostanza autodistruttiva. Nonostante l’intero quartiere fosse intriso di quella rabbia casalinga, i ragazzotti che malmenavano il “pit” non ci badavano, del resto, per loro l’episodio rappresentava soltanto la routine quotidiana. Continuavano a ridere e scherzare tra loro come se nulla fosse e mentre li osservavo sbalordito, la mia attenzione fu catturata dall’impressionante spettacolo umano che germogliava sui balconi di quegli orribili edifici.



Presso un balcone completamente scrostato si muoveva con disinvoltura una ragazza che portava un asciugamano sulla testa, magrissima, pallida come un vampiro in crisi di risultati. Teneva una sigaretta tra le dita, ed innaffiava i fiori con una postura del tutto speciale: mano sui fianchi, sigaretta ora in bocca, pareva un uomo nell’atto di urinare. Per qualche secondo rimasi incantato ad osservarla, ma lei si voltò repentinamente e mentre il mio sguardo era proiettato verso altri orizzonti mi parve di vederla toccarsi i cosiddetti “gioielli”. Soltanto allora compresi la situazione, così i miei occhi riuscirono ad incappare in un ulteriore spettacolo affatto piacevole. Al piano inferiore una donna piuttosto grassa ed aveva appoggiato le sue spropositate gambe sul davanzale del balcone, e come se nulla fosse era intenta ad accorciarsi le unghie. Mentre osservavo quest’ulteriore rappresentazione della totale mancanza di femminilità, non potei fare a meno di notare le persone che entravano ed uscivano dal palazzo in cui si trovava l’appartamento d’Andrea: indifferenti transitavano degli autentici cadaveri ambulanti, trasportati da una forza catalizzatrice verso luoghi e persone certamente assurdi. Magrissimi, pelle emaciata, occhi affossati nelle orbite assenti, labbra protese in avanti o labbra che scomparivano, malattie veneree o viscerali che spadroneggiavano sui loro corpi come pericolose mannaie pronte ad infrangersi sui loro colli inconsistenti. Andatura stanca, mostravano nello stesso posizionamento del corpo un destino di morte certa, che presto o tardi li avrebbe afferrati senza scampo. Fui colpito in particolare da un elemento: questi cittadini (e la parola cittadini non è utilizzata a caso) non parevano avere alcuna età, i più giovani sembravano anziani, e gli anziani quasi giovani. Tuttavia era impossibile individuare con precisione la loro età, perché un trentenne poteva dimostrare sessant’anni, mentre un sessant’enne, in ragione di una capigliatura adolescenziale o di qualche orecchino sfavillante, poteva dimostrarne di meno. Insomma, si trattava di persone che non appartenevano più al tempo o alle stagioni.



“Lorè, muoviti”, disse Giorgio, “che così ce ne andiamo via da questo posto, dannazione!”
Mi posizionai presso il furgone, ed attesi che Franco mi passasse il primo mobile. Si trattava di un vecchio comodino stracolmo di polvere, che riuscì a trasportare con sforzo immane su per le scale. L’androne del palazzo pareva una fedele rappresentazione di un girone dantesco: i muri erano scrostati, la muffa aveva deciso di stabilire incontrastati feudi sulle pareti, un penetrante odore di urina ti sconvolgeva le narici gelandoti il sangue, e poi naturalmente cartacce, qualche preservativo, un assorbente insanguinato ed alcune siringhe che, in ogni caso, restano una costante. Mentre posavo il piede sul primo scalino una bambina si presentò dinanzi a me. Mi fermai per riprendermi dalla fatica e dallo stupore, e questa mi osservò con occhi malinconici. In una mano teneva una piccola busta di color blu contenente chissà quali cianfrusaglie, mentre nell’altra c’era un piccolo pupazzetto unto, del tutto simile a quelli che un tempo si “vincevano” nei mitici fustini del Dixan. La lasciai passare, e se non avessi avuto quell’ammasso di legna tra le mani le avrei di certo accarezzato i capelli, forse le avrei posto qualche domanda, magari avrei cercato un espediente per farla sorridere. Mi limitai a strascicare un “ciao” e lei rispose proprio con un sorriso, pronta ad acciuffare insetti in quel giardino ricco di rottami, poltiglia e lordume, coi suoi occhi verdolini e con le sue mani da fata scandinava…



Un piano, due piani, tre piani ed ecco finalmente Andrea, che m’attendeva nella posizione della caffettiera dinanzi alla porta, un portone enorme, blindato, spropositato e possente, la classica porta che t’aspetteresti alla fine del cielo. Questa, in realtà, non era un vera e propria porta, ma una sorta di scudo interstellare contro attacchi atomici, che forse soltanto a suon di tritolo ogliastrino era possibile varcare. Ripresi fiato dinanzi all’improbabile figura di Andrea, e mentre stavo inchinato indicai l’oggetto mastodontico.
“Andrè, e questa porta… Mamma mia, è gigantesca…”
“L’ha messa il Comune”, mi rispose soddisfatto, “l’appartamento è stato conquistato altre volte. Guarda qua, vedì? Hanno cercato di scassinarla con la pistola…” Col verbo “conquistato” intendeva dire che l’abitazione era già stata occupata. Non so perché usasse quel gergo militare, forse lui stesso era influenzato dalla prepotente presenza del portone. Dopo qualche secondo Andrea m’indicò tre profonde infossature non lontane dalla serratura, evidentemente causate da un’arma da fuoco. Guardai Andrea con preoccupazione, ma lui ricambiò i miei occhi spaventati con allegria. Aveva perso qualche dente, ma quel sorriso fu come un tramonto nella baia, ed io non potei fare a meno di provare un’irragionevole senso di pace e tranquillità, come se quelle ammaccature fossero un elemento comunemente accettato, come le urla che continuavano a provenire dall’appartamento accanto... Si, in effetti, era finalmente riuscito a trovare una sistemazione, e non potevo rovinargli il “suo” momento con le mie inquietudini ma, ripensandoci, avrei fatto bene a preoccuparmi ulteriormente.



In carcere, mentre attendevo il turno nella sala mensa, cercai d’ingannare l’attesa sfogliando il giornale. Dopo aver riso per le consuete buffonate dei politici locali passai alla cronaca nera, in cui riconobbi immediatamente la foto di Andrea, che giaceva su un marciapiede imbrattato di sangue. Il suo cranio era stato polverizzato da un revolver, ed il giornalista si chiedeva, ingenuamente, cosa potessero volere da un uomo che non aveva mai recato danno ad alcuno, e soprattutto non possedeva alcunché. Il cronista non era in possesso di alcuni elementi fondamentali, perché Andrea “un qualcosa” l’aveva. L’appartamento in cui viveva ora era libero, e per gli assassini questo contava più di tutto… La guerra tra poveri è la più cruenta, ad anche la più silenziosa…






Vincenzo M. D'Ascanio. Inedito 2009.

Ballata dei politici corrotti


Politici santi, politici rifatti,
politici leghisti, dagli accenti massimalisti,
politici moderati, abitualmente riciclati,
esperti truffatori, saltimbanchi ed impostori!
Splendidi nelle riviste, bugiardi nelle interviste,
lussuoso il sottopancia, smerciano speranza,
doppi nel midollo, invischiati sino al collo,
la procura alle calcagna, il giudice è in vacanza…
Bramosi sessualmente, odiano la gente,
ansiosi sui concorsi, piazzano i nipoti,
dicono di sapere tutto, e poi non sanno niente,
sostengono le cordate, la coscienza è nelle scarpe!

Intercettazioni e cravatta, eroi nel voltafaccia,
celebrano i migliori, poi si toccano i maroni,
per l’onestà è sempre il momento, poi accordi a tradimento,
parlano d’integrità, ma benedicono l’immunità!
Puttane a colazione, cocaina, party e delazione,
truccati e travestiti, tutti a spese dei Partiti,
sembrano professori, ma sono mascalzoni,
s’é periodo d’elezioni, ti sorridono a priori…
Muoiono da fuggiaschi, poi ne parlano come santi,
in sessione son strafatti, non trattandosi d’appalti,
principi del Parlamento, intercettazioni senza effetto,
s’aumenteranno la pensione, già deciso in commissione!

Sono qualunquisti, ma con accenti riformisti,
amano la Nazione, ma profumo di secessione,
il dollaro nella mente, il cuore al miglior offerente,
le palle sotto il mento, il culo a prender vento…
Quando diventano vegliardi, diventano bastardi,
il maestro è Cossiga, rimbambito ma in prima linea,
Berlusconi s’è rifatto, Veltroni fa il santo,
i comunisti sono esplosi, li trovi all’isola dei famosi…

Se fosse un po’ per me, farei tornare il Re,
delinquente c’è n’è uno, tutti gli altri son nessuno,
ma bisogna sopportarli, come quella mia zia,
questa roba è tutta marcia, alto là Democrazia!


Vincenzo M. D'Ascanio."Scriverò qualsiasi cosa", in.

Il fiume che ho dentro.


Dentro di noi abbiamo un fiume

che scorre a nostra insaputa,

questo fiume è talvolta impetuoso, talora calmo

ed è difficile sia conoscerlo, che arginarlo.


Il fiume trasporta numerosi elementi,

sia i ricordi di quando ero bambino

sia i sogni di quando sarò vecchio,

porta con sé le mie esistenze future e passate.


Io sono come un pescatore

che cerca quanto di prezioso il fiume porta,

paziente testo seduto sulle sue sponde

e silenzioso ne ascolto la voce.


V. M. D'Ascanio. "Gradini", 2004.

giovedì 26 agosto 2010


Oramai la tecnologia al servizio del profitto ha sostituito i più semplici lavori manuali, nella nostra epoca contraddittoria il luddismo ritrova finalmente tutte le sue ragioni.

mercoledì 25 agosto 2010

La storia di Tony Cappai.




Mentre cominciavamo a discutere d’improbabili argomenti, ci trovammo dinanzi al carcere di Buoncammino, il luogo trasformatosi per lungo tempo nella mia calda dimora. Il penitenziario sorge su uno dei colli che dominano la città, da cui si può usufruire di un panorama eccellente. Sulla sinistra c’è l’antico anfiteatro romano, monito imperturbabile di un tempo ormai perduto. Dinanzi s’estende gran parte della mia bella città, dal porto per arrivare sino alla Laguna di Santa Gilla, in cui di tanto in tanto è riportato agli onori della cronaca il corpo di qualche “ultimo” caduto definitivamente in disgrazia. In lontananza si può ammirare la poderosa catena montuosa dei Sette Fratelli i cui contorni, nelle mattine particolarmente limpide, assumono un’apparenza spettrale, a tinte sbiadite, da quadro di Monet. Su in cima, nel colle circondato da alberi ed edifici storici, troneggia la struttura dell'emblematica “galera”, che mostra le sembianze d’un grazioso palazzotto ottocentesco, con le sue forme tonde ed aggrazziate. Pochi elementi causano il dispiacere dei suoi “ospiti”: celle di ridotte dimensioni, mancanza d'aria, promiscuità, abuti e violenze di vario genere. In questo carcere è presente un elevato tasso di suicidi, traboccano i ladruncoli di quartiere, i malati di AIDS, i sieropositivi, i tossicodipendenti, gli immigrati d’ogni nazione e colore, malati psichici, virali e cutanei. Insomma, in questo bel posticino noi ultimi della terra abbiamo scelto un ideale luogo di villeggiatura coatta!
Ai tempi dell'Università non conoscevo queste situazioni, ma durante quella limpida mattina d'Ottobre ebbi l’occasione d’ascoltare un dialogo speciale, che accese una lampadina nel buio della mia mente ottenebrata. Sentii una voce che giungeva dalla grande roccia sulla destra del penitenziario... Una donna, che teneva a fatica le stragonfie buste della spesa, pareva la musa ispiratrice del più disgraziato dei bardi.
“Antò, Antò!” Urlava con la stesso entusiasmo di un ebreo che vedeva la terra promessa.
“Antò, Antoniccu, sono mamma, fatti vedere figlio mio..."
"Signora, e che cos'è, sa mamma de Tony Cappai?
"Eia, che me lo chiami Antonio per favore..."
"Si signori, mò già glielo chiamo..."
Per qualche minuto resse il silenzio, mentre io, Valeria e Maurizio attendevamo che il ragazzo decidesse di farsi vivo. Quegli eventi ci stavano sorprendendo, ci sentivamo come dei bambini dinanzi ad una sarabanda di dolci e caramelle.

"Oh,, ma, mì che sono io"
La donna si mosse per la prima volta, come una statua che prendeva vita al museo delle cere.
"Figlio mio bello... Come stai?"
"Eh mà, tottu beni, e la schiena di babbo ancora dritta?"
“Si, già gli è passato, ti salutano tanto lui, Rosa e Zia Assunta. Ascolta un po' bello...”
"Cosa è successo?"
“No, o Antò, che già non è successo niente. Però ti devo dire che babbo deve vendere il terreno di Zio Amerigo, e ti voleva chiedere s’eri sempre dello stesso parere…”
“Certo che lo sono, già lo sapete che non cambio mai idea, io. Digli a babbo di venderlo, e di non pensarci più, e a Zio Amerigo comprategli una bella lapide, con una foto poco poco più bella, che in quella che gli avete messo paridi unu maccu limpiu, zia tua…”
“Va bene o Antò, mettiti il maglione, guarda che ripasso domani, ciao bello di mamma.”
“Ciao o mà, e saludamì a tottusu…”

Noi ovviamente non perdemmo una sola frase di quell'originale dialogo. Allora non potevo immaginare che, un giorno non lontano, avrei conosciuto personalmente il fantomatico Tony. In carcere s’incontrano dei grandiosi farabutti sconvolti da ogni sorta di devianza, talvolta senza moralità, persa nelle mille vicissitudini quotidiane, oppure apertamente nello stesso carcere. Tony, invece, non era affatto un mascalzone, ed era riuscito a conservare un certo grado di decoro personale, ardua impresa in luoghi come questo, in cui vergogne e bestialità s’accavallano a ritmi frenetici…
Ricordo come se fosse ieri (era ieri?) il giorno in cui lo conobbi. Durante un tranquillo pomeriggio primaverile, in cui il vento portava con sé gradevoli fragranze figlie del mare, un turco assetato di vendetta aveva tentato d’accoltellarmi durante una partita di “luna monta”. Tony l’aveva immediatamente immobilizzato, e gli aveva assestato un calcio così potente da mozzargli il fiato.
“Vinto io, vinto io, ti faccio buco di culo!” Ansimava il baffuto aprendo le braccia per simulare un enorme cerchio.
“Tornatene sul Bosforo, turco della malora!” Gli rispondevo mentre lo portavano via, ben protetto dalle ampie spalle del mio salvatore.
“Eh, ragazzo, datti una calmata, altrimenti il culo te lo faccio io…” Mi disse Tony, che teneva un pacchetto di sigarette come se in mano avesse una bomba mototov pronta per essere scagliata verso il muro di cinta.

Detto questa breve ma essenziale frase, Tony mi mostrò il suo sorriso sdentato da killer venezuelano, tendendomi nel frattempo la sua grandiosa mano. Si trattava di un “maurro” alto un metro e novanta, per cento chili di muscoli sapientemente distribuiti su un fisico eccezionale. Prima d’essere imprigionato il suo mestiere era quello del meccanico, una leggenda nel suo settore, poiché sapeva procurare qualsiasi pezzo d’ogni sacrosanta vettura. Era come uno di quei meccanici cubani, che sanno riparare quelle auto americane che puoi vedere soltanto su Happy Days, guidate da Fonzie, Pozzi, o magari dalla maledetta sottiletta Jhonny… Sulla sua reclusione circolavano versioni contradditorie ed inverosimili, ma un giorno scoprì che era stato arrestato per una banale “aggressione a pubblico ufficiale”.
“Mi voleva sequestrare la macchina quel bastardo, ma gli è passata, eeeh! Se gli è passata…” Mi disse tranquillamente un pomeriggio, come se mi stesse dicendo che era andato a comperare un ribinetto per il lavandino della sua casa.
“Mamma mia”, gli risposi, “a volte esagerano proprio. Una volta m’hanno sequestrato la Marbella perché non aveva la revisione. Accidenti, per poco mio padre non m’ammazzava… Tu che macchina avevi?”
“Una Porche!”
“Come mai la volevano sequestrare?”
“La stavo smontando… Ma non era la mia, oh, mica sono scemo!”
“Caspita...” Commentai, cercando di nascondere il mio sconcerto.


Tony era un eroinomane dell’ultima generazione, nelle sue vene scorrevano fluidi ignoti e pericolosissimi, miscele assolute, droghe che soltanto selezionati professionisti erano capaci di preparare. La sua fedina penale era lunga come la strada per la salvezza, ma nonostante ciò si comportava come un gran signore, diceva “grazie”, “prego”, difendeva sempre i più deboli non solo dalle ordinarie angherie degli altri carcerati, ma addirittura dalle brutalità dei secondini più perfidi. Insomma, era una sorta di Fidel Castro del carcere, ma non faceva distinzioni di classe ed ignorava qualsiasi variante del marxismo: pestava tanto i poveri quanto i ricchi, i potenti come gli ultimi della terra. Tuttavia picchiava i potenti con un sorriso, e questo elemento era sufficiente per renderlo simpatico ai più. Tutti avrebbero confidato nel suo valore ma Tony, pur essendo un grande uomo nel senso primario del termine, era pur sempre un uomo…
Una mattina m’apprestavo a pulire il pavimento della nostra cella. La notte precedente Davide s’era dato da fare, aveva mangiato come un ossesso e vomitato tutto con rabbia, alzando le braccia verso la luna piena che s’intravedeva dalle grate della cella. Saranno state le tre del mattino, al massimo le quattro. Alcuni inservienti lo trascinarono in infermeria, se così la si poteva chiamare, perchè aveva vomitato anche del sangue. Alcuni schizzi m’erano piombati sul viso, e mentre raschiavo la tazza del cesso mi domandavo se il caro compagno di cella fosse o meno sieropositivo. M’aveva raccontato diversi episodi con le nigeriane di Viale Elmas, e per giunta era in perfetta sintonia con Ratzinger sulla questione del preservativo. D’accordo, gli indizi non erano rassicuranti, ma decisi di non pensarci. I problemi d’ogni giorno erano sufficienti, non potevo dare retta all’ipocondria… Nel frattempo alcune incrostazioni resistevano ostinate ma, inopportuno come Sandro Bondi, il secondino di turno cominciò a sbattere il manganello sulle inferriate della cella.

SDENG! SDENG! SDENG!

“Cazzone, Tony Cappai era tuo amico, non è vero?” Domandò col suo accento siciliano.
“Si, certo, cosa vuoi da lui?”
“Cosa voglio io? Il tuo caro amico sta regolando il conto col Grande Capo, eh eh.
Lo guardai come se stessi guardando un alieno in vacanza studio sulla terra.
"All’Inferno non gli daranno la riduzione di pena, lì gli avvocati non arrivano, bastardo!”
“Com’è successo… Quando?” Chiesi icredulo mentre mi rialzavo.
“Stanotte, una bella overdose… Avrebbe steso un cavallo, minchia... Ben gli sta!”
“Maledetto”, gli dissi, “vai a farti un clistere! Ne hai bisogno, si vede da come cammini…”
“Wè, wè, stai attendo a come parli, scagnozzo… Non c’è più il tuo amico a difenderti, ricordatelo per tutto il tempo che starai qua dentro…”
Detto questo il subdolo se ne andò a sbrigare qualche altro truculento affare.
Gettai lo spazzolone nel cesso, mi sedetti sul letto macchiato di sangue e mi passai la mano sul viso. La mia mente andò a quel ricordo lontano, quando la madre lo chiamava e lui rispondeva dalle grate, sepolto dalle mura. Tony, accidenti a te! Eppure era un esperto d’eroina, com’era potuto accadere… Una serie d’immagini inquietanti transitarono nell’anticamera della mia coscienza. Pensai ai secondini, ai turchi, a quel dannato panettiere di Bonorva che voleva farlo a pezzi, a quel sunnita che aveva giurato, in nome dello stesso Maometto, d’ammazzarlo. No, non potevo saperlo, soltanto lui possedeva la chiave di volta, e l’aveva portata con sé nel Paradiso dei pazzi. Pensai così al carcere, alle lezioni di diritto penale, all’istituto della pena, al principio di rieducazione, alle teorie retribuzioniste, utilitaristiche, alla Costituzione… Poi pensai agli ultimi della terra rinchiusi nelle carceri, agli immigrati, ai transessuali, alle prostitute, ai ladruncoli di quartiere, e poi a tutti coloro che decidono di suicidarsi, a quelli che muoiono di AIDS, a quelli che vengono accoltellati, strozzati, violentati, quelli che nessuno va mai a trovare, quelli che attendono il trascorrere dei giorni con placida rassegnazione… Poi pensai, e ripensai, e ripensai ancora, e poi, e poi… E poi giunse Davide.
“Cosa ci fai in mezzo a questo casino?” Mi chiese con l'espressione di un fantasma.
“Tony Cappai è morto d'overdose, stanotte.”
“Ah, poveraccio! Era una brava persona… Vieni, dammi una mano.”
Davide, col camicie ancora macchiato di sangue, afferrò il lenzuolo bianco che gli avevo appena sistemato sulla branda. Mi chiese d’aiutarlo per avvicinarsi alla grata, dunque fece un nodo al lenzuolo per farlo scivolare all’esterno della cella. Trascinò la branda vicino al muro, poi ci salì sopra quasi ansimando. Gli altri carcerati avevano avuto la stessa idea di Davide, questa era infatti una consuetudine radicata, la compassione vigila attenta anche tra noi disperati. Decine e decine di lenzuoli bianchi, che ondeggiavano al sole per un leggero vento di maestrale, salutavano la scarcerazione anticipata e definitiva del nostro Tony Cappai.


Vincenzo D'Ascanio, inedito 2009.